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CORSO RIPROPOSTO, IN ARRIVO IL NUOVO VOLANTINO

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Insediamento in Val di Secchia nell’Alto Medioevo

L’individuazione di una persistenza nell’insediamento durante l’alto Medioevo nel territorio qui preso in considerazione risulta difficile per il frazionamento che la vecchia area amministrativa romana subisce in distretti rurali, con una diversa riorganizzazione dello spazio agrario, e soprattutto per la mancanza di documentazione archeologica che, anche se non esaurientemente, facilita invece l’indagine per le età precedenti.

Va sottolineato infatti che l’archeologia medievale, scienza di non più recentissima acquisizione, tendente al coinvolgimento di materie interdisciplinari che portano al superamento di acritiche concezioni estetico-filologiche, manca del quadro di ricerca del territorio modenese, dove, soprattutto per l’Alto Medioevo, l’individuazione dei reperti del resto molto sporadici, è sempre stata occasionale e non sorretta da analisi critico-scientifiche moderne.

Molto isolate risultano infatti le scoperte di materiale archeologico relativo ai secoli VI-VII nel modenese e anche nel reggiano, si tratta tuttavia di materiale ancora in corso di studio e non ancora analizzato sistematicamente e che del resto non conferma insediamenti stabili nei secoli precedenti alla conquista da parte dei Longobardi.

Dalla fine del VI secolo, tuttavia, la penetrazione dei Longobardi stessi deve essere iniziata e dopo l’Editto di Rotari (VII secolo), le loro posizioni risultano notevolmente rafforzate.

Non va dimenticato infatti, che, mentre la struttura del territorio in epoca romana e bizantina privilegiava la città come fulcro della vita civile ed economica, per i Longobardi prevale l’interesse per l’organizzazione del territorio extraurbano e solo con il consolidamento del regno le città riacquistano un ruolo importante, spesso legato alla funzione strategica come Modena.

La presenza longobarda anche nella fascia più alta del territorio è attestata soltanto da fonti archivistiche e da dati toponomastici [1], tuttavia il fatto che le tre aree appenniniche di Verabulum, Feronianum, Montebellium compaiono solo nel VIII secolo sotto il dominio appunto longobardo non significa che in precedenza non vi fosse stata una loro penetrazione. I toponimi [2], del resto, sono frequenti in tutta la montagna e dimostrano che anche l’Appennino, nonostante per molto tempo soggetto ai castra bizantini, conobbe insediamenti in età longobarda nella Valle del Dolo, come nel caso di Romanoro, che deriverebbe dall’antico latino Armanorium, stazione indicante la presenza di guerrieri longobardi arimanni, attestata anche dalla confluenza del Rossenna col Secchia a Remagna e poco più oltre a Tregassoli, designante probabilmente il pascolo degli arimanni.

Ancora riferibili all’ambiente longobardo sono, tra la Valle del Secchia ed il torrente Fossa, Montebaranzone e la numerosa serie di toponimi che testimoniano una presenza, o comunque l’influenza, di elementi longobardi anche se non stabilmente insediati, che confermerebbero tuttavia l’esistenza di aree abitate ai limiti della Selva Romanesca.

Questa vasta foresta, che ancora nel XV secolo, prima che l’abate commendatario del monastero di Frassinoro l’affidasse al comune e ben presto venisse abbattuta o bruciata perché il terreno potesse essere coltivato attorno ad ottanta case, occupava gran parte dell’alta Valle del Dragone, in particolare il territorio dell’attuale parrocchia di Piandelagotti con propaggini verso Rocca Pelago e Sant’Anna Pelago; la tempo della fondazione del monastero di Frassinoro si estendeva anche più a nord, oltre il monte di Roncadello.

I dati toponomastici tuttavia sono di difficile collocazione cronologica, non essendo sorretti purtroppo da altrettante testimonianze della cultura materiale che chiarirebbero, in relazione con gli avvenimenti storici, la realtà degli insediamenti nelle loro dimensioni. Soltanto per mezzo dei collegamenti sistematici tra informazioni archeologiche e spoglio delle fonti scritte saprebbe possibile leggere correttamente l’evoluzione dell’insediamento rurale.

Nel pieno VIII e IX secolo è documentata la costruzione, per i pellegrini diretti in Tuscia, di numerosi ospizi, alcuni dei quali fondati da Anselmo nella Valle dello Scoltenna e del Leo. Nel troviamo nella stessa valle del Secchia al passo di San Pellegrino in Alpe, probabilmente a Frassinoro, e forse lungo tutta la Via Bibulca, la strada più importante che percorreva la zona, e che ancora nel XVI secolo costituiva l’asse fondamentale per il transito tra Modena e la Toscana.

Già nominata nel diploma carolingio del 781 col nome di Via Nova, questa via, poi chiamnata Via Bibulca, forse così chiamata perché grande abbastanza per permettere anche il transito di greggi di buoi, proveniva da Chiozza in Garfagnana, toccava l’Ospizio di S. Geminiano per raggiungere poi Pietravolta, Frassinoro, Tolara, Serradimigni, La Verna, Rubbiano, Corzago e scendeva al Dolo nei pressi di Cornilio, dove un ponte superava il torrente.

Il diploma di Federico I del XII secolo a favore del Monastero di Frassinoro aveva riconosciuto all’Abbazia i diritti di guida e custodia sulla strada, dal paese di Cornilio a Chiozza di Garfagnana, ma l’importante via di comunicazione, infestata da briganti, fu oggetto spesso di contese o provvedimenti da parte e del comune di Modena e del Monastero stesso.

Probabilmente ad un ospizio ubicato a Frassinoro lungo questa via era appartenuto per materiale scultoreo, che sulla base dell’indagine stilistica, è stato ritenuto anteriore alla fondazione matildica, si tratta di frammenti architettonico-decorativi di marmo apuano forse di reimpiego, come anche una lastra funeraria romana del I secolo d.C. ciò fa presumere, cosa del resto diffusa in tutto il mondo altomedievale, che si fosse preferito utilizzare rovine romane piuttosto che trarre dalle cave, certo più dispendioso, nuovo materiale di costruzione; la vicinanza della città di Luni, ormai abbandonata, e della stessa Modena, può confermare tale ipotesi, avvalorata soprattutto dal fatto che l’uso del marmo rimane, per la montagna modenese, un episodio sporadico, limitato a Frassinoro e per una costruzione importante. Sono però frammenti che, avulsi [3] dal contesto originario, non si possono datare con certezza, anche perché le notizie relative a questo ospizio sono collegate alla Pieve di Rubbiano, citata per la prima volta nel IX secolo e successivamente al monastero di S. Benedetto al Polirone cui fu sottoposto fino alla fondazione dell’abbazia.

D’altro canto gli studi passati, che pure non mancano di esemplarità, non sorreggono la carenza di documentazione e la difficoltà di interpretazione di questo materiale, in quanto privilegiano il momento estetico o l’interesse grafico. È significativo infatti che quasi sempre i reperti archeologici altomedievali e successivi siano stati raccolti sotto la dizione “belle arti” nella comune accezione in cui è stata per molto tempo relegata la storia dell’arte intesa come strumento per analizzare la cultura del passato, secondo una visione puramente antiquaria.

Oggi, invece, l’interesse per una diversa linea di politica culturale e non solo, e la partecipazione collettiva alla conoscenza e gestione del nostro patrimonio porta ad una metodologia di studio basata sulla ricerca scientifica dei dati materiali che sono il prodotto delle modificazioni e trasformazioni nel territorio.

Ma la scarsità di reperti archeologici altomedievali di quest’area rende tutt’ora ardua l’indagine che la conoscenza di elementi precisi sulla storia e sulle tecniche dell’insediamento.

Tutto il territorio modenese nel X secolo è contrassegnato ad esempio dal ruolo fondamentale che la città ha già ripreso da tempo e dal conseguente ripristino dell’asse viario non solo lungo la via Emilia, ma anche verso il Po e Lucca.

È proprio in direzione di questa città, e quindi collegato alla viabilità verso la Toscana, che si colloca l’insediamento altomedievale in questa vallata, seguendo il processo dinamico di popolamento e spopolamento legato ai fenomeni storici ed economici.

Senza dubbio quindi un ruolo importante ha avuto l’abbazia di Frassinoro, non solo come centro di diffusione culturale e religioso per mezzo del quale la famiglia dei Canossa in particolare Matilde, si è imposta nel territorio. Il fatto stesso che venga usata la dizione matildica va inserito infatti nel più ampio contesto dell’arte preromanica padana, le cui componenti sono molteplici e di varia natura ed è impossibile ricondurle a precisi formulari stilistici.

I reperti scultorei che sono stati recuperati o reimpiegati nell’Alta Valle del Secchia, o spesso anche solo ripresi successivamente come modelli, mostrano un persistere di motivi ornamentali tradizionali, confermanti un recupero in senso lato del classicismo anche se spesso non bene assimilato, che evidenzia a volta un accentuato senso plastico dell’iconografia figurata, a volte una dissoluzione della forma ed una resa aniconica di movimento e di linee di tensione. È tipico il caso della proliferazione del capitello corinzio presente in molte costruzioni di età altomedievale e successive.

Se da un lato, quindi, non deve essere trascurato il condizionamento che la presenza dei Canossa ha esercitato in tutta l’area di controllo, influenzando anche manifestazioni artistico-culturali, dall’altro lato questi fenomeni sfuggono alla funzione determinante del potere e seguono valenze che giocano in settori molto più ampi. Pertanto se indiscussi paiono essere i confronti con costruzioni di sicura fondazione matildica del territorio reggiano, innegabili sono gli apporti toscani, lombardi e anche d’oltralpe riscontrabili in quest’area geografica che è periferica rispetto alla struttura del territorio-paesaggio dei centri urbani, ma sicuramente di transito e quindi aperta a recepire modelli e relazioni ad ampio raggio. Ancora oggi si trova a Frassinoro la celebre colomba eucaristica di probabili influssi romani, prova forse che i pellegrini franchi diretti al sud percorrevano queste vie appenniniche. Non si può quindi analizzare il tessuto medievale esclusivamente in direzione delle aree culturali omogenee, dal momento che l’evoluzione del territorio, nel suo rapporto tra geografia e storia, è anche in tal caso, sempre determinante. La ricostruzione del percorso artistico richiede però anche il riconoscimento delle matrici di tendenza, che, purtroppo, è limitato e circoscritto agli edifici religiosi, la cui incidenza nella conservazione delle strutture è chiaramente preponderante.

Attraverso l’analisi stilistica è possibile individuarne il modello e seguire la cronologia conseguente. Il riferimento al romanico lombardo come avviene nella Pieve di Rubbiano, se pur molto rimaneggiata sia negli elementi architettonici sia in quelli propriamente decoratici, appare chiaro se si pensa soltanto al S. Abbondio di Como o al S. Ambrogio di Milano, dove si riscontrano gli stessi motivi ornamentali astratti, tipicamente altomedievali, e gli stessi motivi iconografici della prima scultura romanica. Ma l’analisi delle strutture insediative non può essere disgiunta dall’individuazione delle aree culturali, dei rapporti di classe e delle relazioni tra città e campagna, tra pianura e montagna e dalla comprensione della diversa funzione del potere che, alla fine dell’Alto Medioevo, si accia a passare progressivamente nelle mani del comune.

Ben poco rimane però delle testimonianze di abitanti nella montagna modenese tra il X e l’XI secolo, anche se una strutturazione del territorio rurale è innegabile, in un elenco della fine del IX secolo – inizi del X secolo, relativo al monastero di Santa Giulia di Brescia, compaiono infatti anche per l’appennino modenese, aziende curtensi – Trittico di Santa Giulia – quali esempi di organizzazione del suolo a partire dalla fine del dominio longobardo.

La posteriore presenza, inoltre, anche nei nostri documenti di termini in uso nel IX e X secolo, come vicus e fundu, villa, locus, testimonia chiaramente una divisione amministrativa del territorio rurale e le conseguenti forme di abitazione collegate alle diverse attività agricole e da esse dipendenti. Si può quindi concludere che dai vari strumenti cartografici, nonché dagli antichi censimenti oppure dai catasti e dagli estimi, è possibile importare una metodologia di base per la comprensione della dialettica del popolamento rurale, sulla base della maggiore o minore capacità di resistenza delle sedi umane, e comprendere quale diverso ruolo abbia avuto, sulle configurazioni di un territorio, la cultura subalterna rispetto a quella dominante, o meglio una cultura organica del costruire, quale psi è manifestata sia nelle città sia nelle campagne.

Fonti

AA.VV. Insediamento storico e beni culturali alta Valle del Secchia. Modena: Cooptip - Modena, 1981.

Note

[1] Lo studio scientifico dei nomi di luogo, considerati nei loro tipi di derivazione (Pontinia), apposizione (Castagneto Carducci), composizione (Francavilla), o nei loro strati storici, come i nomi in -en(n)a, etrusco-tirrenici (Bolsena, Ravenna), quelli in -ano, tratti dal nome dei proprietari di fondi romani (Mariano, Alpignano), quelli in -ago, tratti dal nome dei proprietari gallici (Secugnago, Camnago), quelli in -asco (Cherasco, Buccinasco), dove il suffisso è dei Liguri preindeuropei. Complesso dei nomi di luogo relativi a una lingua, dialetto, o a un’area geografica determinata dal punto di vista fisico o amministrativo: la t. italica, toscana; la t. bilingue dell’Alto Adige.

[2] In linguistica e geografia, nome proprio di luogo.

[3] Tolti

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